"IMPARARE" A LITIGARE SUL LAVORO...

Litigare è sempre stato visto come un problema, qualcosa da evitare, da scongiurare, o da risolvere subito. Niente di più sbagliato. Perché, se è vero che il conflitto produce sofferenza, dai conflitti si può e si deve imparare.

Conflitti personali, educativi, lavorativi, affettivi: il conflitto è comunque una forma della relazione umana. Ecco perché è importante allora distinguerlo dalla violenza, che non è, come spesso erroneamente si ritiene, una facile degenerazione dell’esperienza conflittuale, quanto piuttosto una scorciatoia per non affrontare i conflitti eliminando unilateralmente il problema che l’altro ci pone.

L’esperienza conflittuale è molto ricca e ciascuno può riuscire a trarne il meglio per sé e per gli altri, senza voler trovare a tutti i costi una soluzione ma imparando a “so-stare” in essi».

Il primo passo per trasformare il conflitto in risorsa e apprendimento, è cercare di capire che cosa sta succedendo, fermarsi e provare a leggere quello che sta accadendo attorno a noi.

E' necessaria la sospensione del giudizio, ossia il non cercare subito un colpevole, in quanto ciò inibirebbe la comprensione di ciò che sta esattamente accadendo; inoltre bisogna porsi a un’adeguata distanza, quella che consente di raffreddare gli eventi, le reazioni e le esperienze.in maniera tale da concentrarsi sul “come” e non sul “perché”.



Quali sono allora le informazioni contenute nei conflitti?
Le aree di indagine sul conflitto sono molte, possiamo raggrupparle in quattro grandi categorie: quelle utili a definire una corretta collocazione del conflitto e che risponde alle domande: il conflitto mi riguarda? riguarda gli altri? è palese o latente?;
quelle relative ai bisogni in gioco che emergono o non emergono dai diversi protagonisti del conflitto e che risponde alle domande: c’era una richiesta di aiuto? esplicita o implicita? quali sono i tasti dolenti? il conflitto è un pretesto per manifestare bisogni più profondi?;
quelle sulle emozioni che hanno un ruolo importante nei conflitti e spesso ne definiscono l’andamento in modo significativo e che rispondono alle domande: cosa sto provando? cosa stanno provando gli altri? è un’emozione che conosco? mi riconosco nelle emozioni altrui?, quale tasto dolente sto toccando?;
e infine quelle sui vantaggi, che poi sono elementi di difesa, che possono più o meno esserci nel mantenere vivo un conflitto o nel non volerlo riconoscere e che rispondono alle seguenti domande: ci sono vantaggi diretti a livello intrapersonale per mantenere vivo il conflitto? ci sono vantaggi indiretti?».

La presenza di conflitti nelle organizzazioni è assolutamente fisiologica, anche se negli ultimi decenni si registra un aumento della conflittualità causato dalla frantumazione delle strutture gerarchiche.
In particolare, nelle organizzazioni il conflitto più archetipico è quello fra i diversi bisogni delle stesse organizzazioni e quelli degli individui che ne fanno parte, ovvero ciascuno tende a considerarsi indispensabile mentre le organizzazioni tendono a fare in modo che nessuno lo sia, e laddove queste attriti sono molto forti spesso si creano situazioni laceranti.
Ma spesso l’organizzazione non si premura di darsi delle procedure per gestire l’inevitabilità conflittuale, come se questo non la riguardasse. Accade così che i conflitti diventino clandestini. A volte le persone, dentro le organizzazioni, sviluppano paura e temono di esprimersi, ripiegando sulla lamentazione pura e semplice, una forma più banale e meno impegnativa per controllare l’ansia.

Il conflitto latente è in realtà pericolosissimo per le organizzazioni, produce danni senza che nessuno sappia di cosa si tratta, e quindi erode energia.
E’ pertanto indispensabile che ogni organizzazione sappia creare lo spazio-tempo necessario per poter affrontare queste situazioni di contrasto e di divergenza, che possono portare a un cambiamento positivo per tutta l’organizzazione.



Ma «non c’è cambiamento senza conflitto», tanto che «la capacità di consentirsi il confitto come strumento di crescita e di mutamento fa parte della sopravvivenza stessa dell’organizzazione» sia essa di volontariato che lavorativa, che familiare, dice il pedagogista Novara nel suo “La grammatica dei conflitti”; «La cooperazione nasce dal riconoscere che il conflitto è legittimo, e che quindi è possibile strutturare azioni di cooperative basate sulle capacità dell’organizzazione di contenere i vari punti di vista e le istanze relative ai bisogni specifici. Questa dialettica fra conflitto e cooperazione porta al concetto di coesione, cioè a quel tipo di procedimento che permette di arrivare a decisioni comuni, di mantenere queste decisioni attraverso l’attivazione di processi comunicativi che stanno alla base di una visione di insieme. La coesione, da questo punto di vista, non rappresenta una omogeneizzazione passiva dei comportamenti e degli stili, o addirittura delle personalità, quanto una procedura, basata sul riconoscimento della necessità che nel contesto organizzativo vengano acquisiti i contributi di tutti gli attori in gioco e trasformati in una decisione comune».

Analizzando gli stili organizzativi delle società, Novara puntualizza che ci sono due poli estremi. Da un lato, un’impostazione gerarchica «basata sull’autorità e con una linea di comando ben definita e molto forte»; con regole che possono essere più o meno chiare», ma comunque «decise dal livello gerarchico più elevato, magari anche in modo arbitrario», con la conseguente «difficoltà nel creare motivazione e senso di appartenenza».
Dall’altro uno stile organizzativo di tipo confidenziale, «basato sulla informalità data da un’osmosi dei ruoli e dei processi decisionali», con «regole spesso implicite», con “ruoli sovrapposti e non definiti» e con la conseguenza che si crei «una carenza di efficacia, la difficoltà a definire le responsabilità e gli obiettivi», con una deriva confusionaria».

Lo stile basato invece sulla collaborazione è quello pertanto più funzionale a gestire le organizzazioni e i loro conflitti. Si basa sulla capacità di interagire rispettando i ruoli, utilizzando i conflitti come informazione e non come minaccia, garantendo spazi comunicativi dove possono attuarsi gli opportuni cambiamenti.
I conflitti organizzativi in realtà sono molto impegnativi, perché raramente dipendono soltanto dalla volontà dell’individuo; occorre saper mettere insieme le persone in diverse situazioni e in vari modi. Si tratta comunque di una fatica creativa, che consente di lavorare meglio, ottenendo risultati più soddisfacenti per tutti».



Font: "La grammatica dei conflitti" di Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti di Piacenza