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SCRIVERE PER STARE MEGLIO

Scrivere disintossica la mente da angoscia e stress...



Potere della scrittura: creare testi, tenere un diario o sfogarsi sui social network aiuta a conoscersi e a superare ansia scolastica, mobbing, dolori di asma e artrite.
All'Università della California, a San Diego, hanno verificato, con uno studio pubblicato sul British Journal of Health Psychology, che gli omosessuali affrontano meglio le possibili difficoltà sociali se le mettono per iscritto, in una sorta di diario, per almeno due mesi. I tempi moderni hanno portato con sé una moltiplicazione della scrittura per piacere, come hobby. Lo dimostrano su internet i blog, i forum, il resoconto dei propri pensieri sui social network come Facebook. «Il primo approccio alla scrittura avviene quasi sempre attraverso la narrazione personale», spiega Carmen Gelati, ricercatore e docente di psicologia all'Università Bicocca di Milano. «Infatti, i primi testi dei bambini alla scuola primaria sono spesso racconti di esperienze vissute. Purtroppo il mondo del lavoro fa sì che questo genere autobiografico venga spesso abbandonato, soppiantato da relazioni tecniche e lettere formali. E quando viene riscoperto in età adulta, si rivela un piacere puro».

Parlare di se stessi, però, non significa buttar giù parole senza alcuna regola sintattica o impalcatura formale. Ogni testo, anche quello che leggeremo solo noi, ha le sue convenzioni. E i suoi obiettivi: cosa voglio raccontare, perché, come. Se mancano questi mattoni, la pagina diventa un ammasso di frasi che non portano a comprendere quello che attraversa il nostro cuore e la nostra mente, che non ci aiuta a disintossicarsi davvero dai nostri grumi interiori. Non aiuta a capirci né a farci capire. «Scrivere fa parte di quel ristretto gruppo di piaceri dell'età adulta», spiega lo scrittore Antonio Scurati, vincitore del Campiello, nel 2005, con Il Sopravvissuto (Bompiani). «Ci dice qualcosa sul significato di crescere: abbandonare i piaceri più facili per quelli più difficili è tipico del diventare grandi». Lui, che con le parole gioca per professione, non pratica «forme di scrittura privata». Perché i narratori, dice, anche quando tengono un diario lo pensano per un pubblico.
Creare romanzi per capirsi di più

 Non se ne stupisce il ricercatore Gian Luca Barbieri), docente di psicologia dinamica all'Università di Parma, autore del saggio Tra testo e inconscio (Franco Angeli, 2007). «Quando si affronta il foglio bianco l'altro c'è sempre», spiega. «Anche in un diario. In questo caso il destinatario è il lettore che sta dentro di noi». Non c'è, dunque, una vera differenza tra scrivere per sé e per gli altri. E, secondo la psicoanalisi, neanche tra cimentarsi in un'autobiografia o nella narrativa. «Freud sosteneva che i personaggi di un romanzo sono parti di noi che si materializzano sul foglio», nota Barbieri. Addirittura, imbastire una storia anziché le proprie memorie, lasciare da parte l'Io e passare alla terza persona può servire a capirsi ancora di più: la distanza che separa l'autore dai protagonisti di un racconto permette di affrontare nodi che in prima persona magari non si riuscirebbe a guardare in faccia. Scrivere, comunque sia, è un viaggio interiore. E chi è pronto a partire, può tirare fuori carta e penna o il notebook e lasciare uscire le parole.

Avevo un cane nero. Il suo nome era depressione

     

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“Avevo un cane nero. Il suo nome era depressione. Ogni volta che il cane nero arrivava mi sentivo vuoto ed era come se la vita rallentasse. Mi faceva visita nei momenti più insoliti, senza un motivo o un’occasione specifica. Il cane nero mi faceva sembrare e sentire più vecchio di quello che ero. Mentre il resto del mondo sembrava spassarsela, io vedevo tutto attraverso delle lenti scure. Le attività che prima amavo fare, improvvisamente non destavano più nessun interesse in me. Mi rubò completamente l’appetito. Corrose la mia memoria e la mia capacità di concentrazione. Fare qualsiasi cosa o andare in qualsiasi luogo insieme al cane nero, richiedeva uno sforzo enorme. Nelle occasioni sociali, fiutava la sicurezza in me stesso e la faceva sparire. La mia grande paura era quella di essere scoperto, temevo il giudizio della gente. A causa delle dimensione sempre più grandi del cane nero vivevo nel terrore di essere scoperto. Investii grandi energie per riuscire a nasconderlo e convivere con una bugia emotiva è estenuante. Il cane nero mi faceva pensare e dire cose negative. Mi faceva diventare irritabile ed era sempre più difficile starmi vicino. Mi rubò l’amore e l’intimità. Non c’era niente che amava di più fare che svegliarmi nel cuore della notte e tenermi sveglio con pensieri ossessivi e negativi. E non facevo altro che pensare quanto sarebbe stato estenuante il giorno successivo.
Avere un cane nero significa sentirsi sempre un pò giù, tristi e demotivati, o ancora peggio, sentirsi completamente vuoti. Più diventavo vecchio, più il cane nero diventava grande e maggiore era il tempo che trascorreva con me. Volevo scacciarlo via a tutti i costi e volevo farlo scappare, ma il più delle volte l’aveva vinta lui ed arrivai ad un punto in cui restare giù era molto più facile che rialzarmi; così diventai molto bravo a trovare cure provvisorie che non mi aiutavano affatto. Mi sentivo completamente isolato e lontano da chiunque. E il cane nero riuscì ad impossessarsi della mia vita. Quando ogni gioia di vivere scompare, non vedi più il motivo per continuare a vivere.
Fortunatamente in quel momento ho deciso di chiedere aiuto ad uno specialista. Questo è stato il primo passo verso la ripresa. Un vero e proprio punto di svolta della mia vita. Ho capito che non importa chi sei, il cane nero se ne infischia ed attacca milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Il cane nero non guarda in faccia a nessuno. Ho anche capito che non esistevano pozioni o pillole miracolose. Le medicine possono rivelarsi utili per alcuni, ma non per altri, ed ognuno ha il suo personale approccio alla malattia.
Ho anche imparato che essere emotivamente spontanei ed autentici con le persone che ci sono vicine può rivelarsi un utile scambio. Soprattutto ho imparato a non aver paura del cane nero e gli ho insegnato un paio di nuovi trucchi, per prendermi gioco di lui.
Più sei stanco e stressato e più forte il cane nero abbaia, quindi è importante imparare a calmare la mente. E’ stato clinicamente dimostrato che l’esercizio fisico regolare può essere efficace per il trattamento della depressione lieve e moderata allo stesso modo degli antidepressivi; quindi uscire per una passeggiata o una corsetta è utilissimo per lasciartelo alle spalle. Anche tenere un diario dell’umore può essere catartico e può rivelarsi un semplice gesto pieno di insegnamenti; così come fare periodicamente una lista di cose per cui esser grato.
La cosa più importante da ricordare è che non importa a che punto arrivi…con le giuste precauzioni e parlando con le persone giuste, qualsiasi cane nero può essere sconfitto. Non posso dire di essere grato al cane nero, ma è stato un grande insegnante. Mi ha obbligato a rivedere e semplificare la mia vita. Ho capito che invece di fuggire dai problemi, è meglio accoglierli. Il cane nero probabilmente farà sempre parte della mia vita, ma non sarà mai più la parte più importante. Ora ne ho piena consapevolezza.
Ho imparato che grazie alla conoscenza, la pazienza, la disciplina ed un pò di senso dell’umorismo, anche il peggior cane nero può essere guarito.
Se senti di essere in difficoltà non aver paura di chiedere aiuto. Non c’è assolutamente nessuna vergogna nel farlo; l’unica vergogna è sprecare la propria vita”.
 
 
Avevo un cane nero. Il suo nome era Depressione” è un video i cui contenuti sono veramente pregnanti e significativi.
Purtroppo ancora oggi parlare di depressione risulta essere un tabù e chi vive questo disagio tende a chiudersi in se stesso piuttosto che chiedere aiuto, forse per poca consapevolezza o per quel senso di vergogna a parlarne.
Non facciamoci fermare dalla paura e dal pregiudizio: facciamo invece il possibile per stare bene e per fare in modo che anche l’esperienza della depressione possa trasformarsi in occasione di arricchimento per la nostra esistenza!
 
 

CRISI DI COPPIA

 
In gran parte perché le aspettative dei partner sono diverse e illusorie o irrealistiche.
Quando si arriva a rendersene conto, nella fase della disillusione, non si riesce a superarle positivamente e si va in crisi in maniera più o meno manifesta. A volte il motivo del  fallimento è da ricercarsi nella scelta di un partner non adatto, effettuata ad esempio unicamente sulla base  dell’attrazione fisica. In questo caso, trascorso il primo periodo caratterizzato dalla passione, ci si ritrova a non riconoscere più il partner o ad accusarlo di essere cambiato.
A questo si aggiungono poi le difficoltà nella comunicazione e nella gestione del conflitto che anche in coppie ben assortite possono creare notevoli difficoltà. Esistono poi le così dette coppie in stallo che sono quelle nelle quali il conflitto e la crisi non sono esplosi in maniera evidente, ma i partner stanno insieme pur non essendo felici e soddisfatti. Spesso per molti anni. Chi ne fa le spese in maniera maggiore sono i figli in quanto sono in grado di percepire la falsità del legame che tiene insieme i genitori.
 
Cosa cerchiamo nella relazione di coppia?
Per rispondere a questa domanda ci rifacciamo alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, il quale ci dimostra come nelle prime relazioni affettive della nostra infanzia impariamo ad entrare in relazione con le altre persone, a chiedere a dare cure, amore e protezione. Tutto questo concorre da adulto alla creazione delle aspettative riguardo come dovrebbero essere le relazioni di coppia, quali bisogni debbano soddisfare e quali caratteristiche in tal senso debba avere il partner ricercato.
In generale tutti ricercano nel partner una figura capace di accogliere la propria sofferenza ed alleviarla quando necessario, di condividere le esperienze di vita, positive e negative, una persona degna di fiducia e che ci faccia sentire al sicuro e protetti.
Le modalità con le quali ricerchiamo tutto questo nell’altro e le modalità con le quali a nostra volta forniamo cura al partner dipendono dalla qualità delle esperienze di attaccamento avute durante l’infanzia. Se tali esperienze sono state positive avremo maggiore probabilità di sperimentare relazioni di coppia soddisfacenti o di attivare strategie utili a gestire gli eventuali problemi o difficoltà. Al contrario qualora la nostra esperienza infantile non sia stata altrettanto positiva potremmo sperimentare varie difficoltà relazionali all’interno della coppia.
 
Partner soddisfatti
Ecco alcuni fattori predittivi di relazioni soddisfacenti e positive per entrambi i partner (sono poi di fatto alcuni dei temi sui quali si lavora in terapia per superare le difficoltà che affliggono la coppia):.
1)      I partner si percepiscono innanzi tutto come amici con i quali ci si può confidare e si può essere sinceri. Si accettano per quello che sono, con i loro pregi e i loro difetti.
2)      Cercano di concentrarsi e valorizzare i pregi dell’altro piuttosto che concentrarsi sulle loro mancanze o difetti.
3)      Si rispettano e mantengono lo stesso livello di potere.
4)      Hanno una visione comune della vita e degli obiettivi futuri della loro vita insieme.
5)      Sanno affrontare e gestire il conflitto anziché eluderlo.
6)      Cercano di fare cose positive insieme, di condividere esperienze comuni che li rendano felici.
7)      Mantengono spazi di autonomia, coltivando dei propri interessi.
8)      I partner investono tempo, energia e risorse nel mantenimento della propria relazione di coppia.
 
Cosa fa una coppia “sana”?
Una delle prime differenze rispetto alla coppia in crisi è quella di riuscire ad affrontare e superare la disillusione che segue normalmente la fase di illusione iniziale. Le promesse iniziali inevitabilmente non saranno tutte mantenute.
Una coppia sana è inoltre capace di rinegoziare nuovi obiettivi e stabilire nuove aspettative con il tempo, in quanto le persone cambiano e di conseguenza la coppia stessa.
 
Cosa si può fare per evitare la scelta del partner sbagliato?
Spesso affrontiamo la scelta del partner e della vita di coppia in maniera poco consapevole. A volte abbiamo sperimentato in passato relazioni conflittuali e insoddisfacenti ma non riusciamo a capire da cosa dipendano e come affrontarle.
Avere una conoscenza adeguata di sé e dii sé insieme all’altro può consentirci di effettuare scelte più consapevoli e più adeguate per noi. Per questo potrebbe essere sufficiente una consulenza psicologica di coppia che metta in luce le  dinamiche relazionali che tengono unita la coppia ma che potrebbero nel tempo essere disfunzionali. 
Questo consentirebbe ai partner di conoscere meglio le proprie caratteristiche personali e quelle che sottendono il legame di coppia. In tal modo si potrebbe evitare di mantenere per anni relazioni insoddisfacenti, come anche prepararsi alla gestione di quelle normali tappe e cambiamenti che possono potenzialmente mettere a rischio il benessere della coppia.
 
Cosa si può fare per uscire dalla crisi?
Se la scelta del partner è stata compiuta ma ci si ritrova in crisi è bene rivolgersi ad uno specialista psicologo al più presto, prima che le incomprensioni e la conflittualità peggiorino la qualità dei rapporti e, se presenti, la relazione con i figli. In tal modo si avrà la possibilità di esplorare le cause del conflitto e di trovare la soluzione migliore per tutti per affrontarlo e gestirlo.
 

 

Perchè uno psicologo non da consigli

 

La richiesta di consigli del genere a uno psicologo o psicoterapeuta non è rara, anzi. In linea di massima, lo psicologo evita di esprimere una sua opinione personale, non dice al paziente cosa ritenga meglio fare, non dà consigli.
Il paziente a cui lo psicologo ha rifiutato consigli a volte reagisce con rabbia, accusando lo psicologo di non rendersi conto di quanto lui stia male o affermando che andare lì a raccontagli le sue cose più intime non gli serve a nulla.
 

Innanzitutto, uno psicologo che non dà consigli si attiene a quanto stabilito dal Codice deontologico degli psicologi italiani, nel punto in cui sottolinea come lo psicologo sia tenuto ad astenersi dall’imporre il suo sistema di valori: se consiglio a un paziente di fare o non fare una cosa, lo sto di fatto spingendo a utilizzare il mio personale punto di vista sulle cose, ad adeguarsi ai miei schemi mentali e ai miei obiettivi.
Ad esempio a una paziente che mi chiedesse se dovrebbe accettare o meno un’offerta di lavoro all’estero non potrei che rispondere sulla base delle mie idee quanto a famiglia, lavoro, danaro e separazioni, idee che però potrebbero essere diverse dalle sue e non rispecchiare la sua scala di valori, il suo stile di vita, i suoi obiettivi. Il consiglio potrebbe essere in definitiva inadatto a quella persona o addirittura sbagliato, dato che lo psicologo è privo di sfera di cristallo e non prevede il futuro.

La questione però non è soltanto etica. Spesso dare consigli è inutile, perché in quel momento l’altra persona non è capace di ascoltarli né riesce ad accoglierli. Su questo aspetto è sufficiente considerare tutte le volte in cui qualche amico ci ha chiesto cosa fare (un classico è se lasciare la fidanzata oppure no) e poi ha pensato bene di trascurare i nostri consigli, per quanto fossero un concentrato di saggezza.
La mente ha bisogno del suo tempo e un consiglio corretto dato in un momento che non è quello giusto è di fatto inutilizzabile. A volte, dare buoni consigli è come cercare di aprire una porta con una bellissima chiave che è però di un’altra serratura.

E ancora, dando consigli lo psicologo si sostituisce al paziente nel prendere una decisione e risolve un dubbio al posto di quest’ultimo, col risultato che il paziente probabilmente chiederà ulteriori consigli e considererà lo psicologo come un padre onnisciente e se stesso come un bambino piccolo incapace di muoversi nel mondo da solo. Da questo punto di vista dare consigli genera una dipendenza antiterapeutica e fa sentire il paziente ancora più inadeguato e bisognoso.

 
 
Soprattutto se si tratta di un percorso di psicoterapia, uno psicologo aiuta il paziente a:
  • sviluppare nuovi punti di vista da cui guardare se stesso e il suo modo di essere nel mondo;
  • sviluppare nuove abilità per risolvere da sé i suoi problemi e vivere meglio;
  • mettere a frutto le risorse che possiede e che forse ignora o usa male;
  • ampliare il campo delle possibilità di vita, in termini di azioni, emozioni, pensieri, relazioni;
  • accogliere ciò che non può essere cambiato.
In definitiva, uno psicologo lavora affinché il paziente sia capace di camminare sulle sue gambe.
 A questo riguardo a me viene sempre in mente il proverbio cinese Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.
Dare consigli non accresce la conoscenza che di sé ha il paziente, non aiuta il paziente a cambiare né a costruire degli strumenti che lo rendano autonomo. Dandogli consigli, il paziente non imparerà a pescare.

Font: www.quipsicologia.it

FARE ED ESSERE TERAPEUTA

Il periodo storico attuale vede il persistere della la diffusione, anche negli orientamenti di tipo cognitivo, sistemico, strategico, life coaching ecc., di procedure direttive e veloci, prestabilite già dalla prima seduta. Si tratta di modelli molto in voga, che provengono dagli Stati Uniti, basati essenzialmente sul sintomo, sulla definizione del problema, le soluzioni tentate.
Infatti, se i ritmi della società sono sempre più veloci, anche la psicoterapia si adegua e cerca di ottimizzare il breve tempo a disposizione dei propri pazienti.
 
 
In Italia la terapia breve si sta diffondendo nuovamente nell'ultimo decennio.
Nei decenni passati si viveva il disturbo psicologico come problematica esistenziale più che come problema in sé e per sé, si era abituati a chiedersi il perché di un certo fenomeno e a prevedere un cammino conoscitivo per risolverlo; è stata la cultura americana degli anni 40-50 invece a creare i trattamenti brevi, che puntano al risultato nel minor tempo possibile.
 
Ed è proprio questa attenzione agli effetti delle patologie, più che alle loro cause profonde e alle modificazioni che producono nelle relazioni, che ha contraddistinto certi orientamenti: si concentrano tutte le forze in otto, massimo dieci sedute, con ricorrenza settimanale o più lontana nel tempo ( e in seguito prevede dei follow-up in cui si raccolgono i feedback dei pazienti). E' comunque comprensibile dato che spesso erano le assicurazioni mediche a dettare le regole del gioco, rifiutando il pagamento di trattamenti superiori alle dieci, venti sedute.
 
Ancor oggi, nelle terapie brevi e direttive il sintomo viene visto come un comportamento indesiderato (e indesiderabile): di conseguenza la cura veloce si sforza di mettere in pratica, nel minor tempo possibile, le giuste strategie per la risoluzione del problema. Gli psicoterapeuti più critici vedono in questa brevità il vero limite della metodologia, che, rischiando di rivelarsi troppo "superficiale", non assicurerebbe risultati duraturi e a lungo termine per i pazienti, esponendoli al rischio concreto di ricadute.
 
Ma io credo che il vero limite sia un altro: il distacco e l'oggettivazione dell'altro, caratteristici della strategia terapeutica breve, escludono tout court la creazione di quello spazio emozionale che permette il vero e profondo incontro con l'altro, che è poi il cuore del processo terapeutico per me.
Per me la terapia (secondo l'approccio Consenziente della Scuola di Psicoterapia Sistemico Relazionale di C. Bogliolo) dovrebbe dare la possibilità al paziente di essere accolto come persona nella sua unicità e non come etichetta diagnostica, e al terapeuta di lasciarsi coinvolgere con i propri vissuti nel processo terapeutico; entrambi si mettono in gioco con la loro storia e con la loro autenticità.
 
Il terapeuta non costringe l'altro a cambiare, il suo obbiettivo non è quello di rompere dei circuiti disfunzionali, ma di accettare l'altro che arriva in terapia, comprenderlo e accogliere le sue emozioni condividendole; la parola chiave è rispetto, che significa consapevolezza della dignità e del valore dell'altro, che l'altro non può essere identificato riduttivamente con il sintomo che porta in terapia, ne con una categoria diagnostica da DSM IV.
Credo che una delle percezioni più dolorose che può provare un paziente sia quella di avvertire di essere la "squadra avversaria" contro cui il terapeuta deve vincere la partita.
E' vero che molti studi hanno dimostrato la sostanziale equivalenza tra le diverse forme di psicoterapia, per quanto riguarda il risultato di cambiamento richiesto nel paziente; secondo questi studi, al di là dell'orientamento, gli elementi indispensabili per la buona riuscita della terapia sono la professionalità del terapeuta, la relazione, la fiducia in quest'ultimo e la motivazione della persona al cambiamento.
 
 
Ma io aggiungerei che è la qualità di autenticità, vicinanza e rispetto che caratterizzano la relazione terapeuta-paziente a fare la differenza e a rappresentare la condizione indispensabile per la riuscita del percorso (che credo non si possa ridurre unicamente alla scomparsa del sintomo).
Fare terapia da parte del professionista deve prevedere un'attitudine, una qualità, un "modo di essere del terapeuta" e non un modo di fare terapia in senso stretto.
Essere terapeuta significa soprattutto dare importanza a ciò che provo, l'autoreferenza può così diventare un punto di forza in terapia: bisogna accettare che ogni sentimento che nasce in me non è legato esclusivamente alla mia storia personale, ma ha anche un senso e una funzione in rapporto al sistema terapeutico al cui interno si è manifestato.
 
E' sempre necessario verificare che ciò che si prova abbia una funzione sia in rapporto ai membri della famiglia che a se stessi, è l'unico modo per costruire un ponte unico tra me e la famiglia.
"Essere un terapeuta" è l'anima della terapia: prevede "una conoscenza approfondita di sè e dei propri limiti, grazie ad una formazione approfondita che consenta di raggiungere non solo strumenti tecnici, ma anche consapevolezza e coscienza della propria storia, delle proprie radici e miti, della propria identità; include anche sapersi mettere in gioco, saper gestire le proprie emozioni e la capacità di riuscire ad accettare e a lavorare sui propri errori. "... " Il terapeuta è "strumento di cambiamento" attraverso la propria persona, in parallelo alla persona che ha in cura: consapevole dei propri limiti, riesce a collocare se stesso nel tempo, nel luogo, con chi lavora, consapevole che essere terapeuta è strettamente connesso al suo essere persona... (Corrado Bogliolo 2012).
 
 
 
Riferimenti bibliografici
  • Bogliolo C., Psicoterapia Relazionale della Famiglia. Teorie, tecniche, emozioni nel modello consenziente, Franco Angeli, 2001.
  • Bogliolo C., Interventi Relazionali. Contributi alle psicoterapie e ai processi di aiuto, Edizioni Borla, 2003.
  • Bogliolo C., Manuale di psicoterapia della famiglia. Tradizioni ed evoluzioni della relazione terapeutica, FrancoAngeli, Milano, 2008.
  • Bogliolo C., Fare ed essere terapeuta. Dubbi e domande nella conduzione della psicoterapia relazionale, FrancoAngeli, Milano, 2012.

DOMANDE RICORRENTI SULLA PSICOTERAPIA

Capita spesso che le persone che arrivano nel mio studio si chiedano cosa dire, cosa raccontare, da cosa iniziare, a volte si preparano una trama da raccontarmi o sono un po' in ansia.

Cosa dire allo psicologo?
 E' lo psicologo che deve riuscire a gestire l'ansia della prima seduta creando un clima sereno e piacevole, non il contrario... Quindi perché preoccuparsene?


E se non volessi parlare di qualche argomento o particolare?
Alla base del colloquio psicologico c'è il massimo rispetto per i tempi dell'altro. Lo psicologo non estorcerà mai informazioni di cui il paziente non vuol parlare, al massimo aspetterà che i tempi siano maturi per affrontare determinati discorsi. Io faccio sempre un patto con i miei pazienti: se non riescono a parlare di un certo argomento, basta che me lo dicano... ma niente bugie!


Cosa non dovrei dire allo psicologo?
 La stanza dello psicologo è il luogo adatto dove ognuno può spogliarsi di pesi, condividere pensieri, rielaborare ricordi, piangere rimpianti... non esistono limitazioni ai temi da affrontare.


Quali sono i soggetti che avrebbero bisogno di uno psicologo?
Sicuramente non i cosidetti "matti", dato che coloro che soffrono di una patologia psichiatrica grave, dovrebbero rivolgersi ad uno psichiatra.

Ecco alcuni esempi di coloro che potrebbero trovare giovamento da un percorso psicologico:
-problemi di autostima;
-problemi di coppia;
-problemi genitori-figli;
-difficoltà lavorative legate alle relazioni con capi, colleghi, clienti...;
-superamento di situazioni di stallo psicologico;
-crescita personale;
-sintomi psicosomatici (insonnia, attacchi di panico, ansia e stress generalizzato, cefalee, dolori addominali non altrimenti specificati, disordini alimentarsi...);

-difficoltà nell'elaborazione del lutto o della fine di una storia;
- ...

Quanto dura? Come funziona?
Durata e frequenza di un percorso psicologico sono variabili, vanno concordate con ogni paziente.
Solitamente, in un primo periodo, si fa un colloquio a settimana di circa 45-50 minuti, poi valutando l'andamento della terapia, è possibile allungare i tempi con sedute quindicinali.
 


E se fossi curioso?
Se
 non sei sicuro di aver bisogno di uno psicologo, puoi anche contattarmi per avere un parere professionale a proposito di una situazione che ti sta a cuore...
In ogni caso puoi contattarmi al 3297653263 o mandarmi una mail a:colombogiordana@gmail.com. Sarò lieta di rispondere alle tue domande.
PS: Fare un primo colloquio non implica la continuazione dell'intero percorso terapeutico.

 

LA PSICOTERAPIA: CONCETTI CHIAVE

La psicoterapia spiegata a mia nipote di 5 anni

Nonno ma che fai quando stai con le persone in quella stanza?

Questa domanda di mia nipote mi riporta a un pranzo con tutta la mia famiglia, un tavolo all’aperto in un ristorante di Trevignano per festeggiare il mio primariato, io 40 anni, mio padre 78. 
Quest’uomo, intelligente, pratico, in grado di salvare tutti noi dalle persecuzioni nazi-fasciste, che mi voleva bene, non riusciva a capire il mio lavoro. Né era facile spiegare cosa facesse un medico, senza camice, che usava come strumenti la parola prima ancora dei farmaci, che non lavorava in un ospedale ma in uno strano posto, che si chiamava Centro di Salute Mentale,  creato dopo che lui aveva superato i 65 anni. Da giovani è difficile spiegare le cose con semplicità, ci riprovo con mia nipote.

Lei si avvicina con in mano un disegno “Ti piace?”, “Bello, bellissimo! Cosa ti ha spinto a farlo?”, “Perché mi piaceva!”, “Che vuol dire ti piaceva?”, “Sentivo dentro qualcosa”, “Cosa sentivi?”, “La libertà, l’amore, la pace e la felicità” (questa risposta non me lo aspettavo!).
Che belle cose, per questo è un disegno bellissimo. E quando sei arrabbiata che senti?”, ” la morte, che ho fatto qualcosa di sbagliato, come quando sbaglio il disegno, la mancanza della gioia e il dispiacere”. 
Dici cose molto profonde, è probabile che quando senti le cose belle disegni in un modo, quando senti le cose cattive, il tuo disegno prende un’altra forma”, 
Cos’è una forma?” “Per esempio questa bottiglia è a forma di bottiglia e questo bicchiere è a forma di bicchiere, anche la tua faccia ha una forma diversa se è arrabbiata o allegra, si chiamano espressioni. Vuoi vedere? vieni ti faccio una foto con la faccia arrabbiata ed una con la faccia allegra, le vedi? ma sei sempre tu, due forme, in questo caso espressioni, di una stessa persona. Una stessa cosa può prendere molte forme.
Quando una cosa che sta dentro prende una forma la possono vedere tutti, è un modo di far vedere agli altri quello che si ha dentro, a qualcuno può piacere ad altri no. Questo a volte è difficile da sopportare ed è per questo che molti bambini, ma anche i grandi, si tengono  tutto dentro, temono di essere giudicati e criticati ma tu non avere mai questa paura. 
Ora immagina che anche le parole sono come i tuoi colori e che al posto dei disegni riescano a fare dei racconti, perciò con i colori i disegni, con le parole i racconti.  Sia i disegni che le parole prendono un po’ la forma di quello che proviamo dentro.


Quando mi fai vedere un tuo disegno o quando mi racconti qualcosa che ti è successa, io mi appassiono, un po’ perché ti voglio bene e un po’ perché le cose delle persone sono appassionanti. Le passioni sono un po’ come il sale nel cibo se non ci appassionassimo ci annoieremmo e alla fine tu non vorresti più venire a giocare con me e a me questo dispiacerebbe molto. 
Ora possiamo fare un gioco bellissimo sia con i disegni che con le parole ti va? Ok! 
Proviamo a fare un disegno insieme, tu fai il primo pezzo e poi vado avanti io. Vuoi che comincio io? va bene. 
Vedi appena uno si ferma guarda quello che ha fatto l’altro sul foglio, sente dentro qualcosa e va avanti. E ora proviamo a farlo con le parole raccontando una storia a quattro mani, ops! a due bocche.
Questo nuovo disegno e questa nuova storia che ci siamo inventati è di tutti e due, ognuno è stato suggestionato dall’altro. 
Lo so che non sai che vuol dire suggestione ma è quello che senti dentro quando vedi o ascolti qualcosa che fa un’altra persona. 
Il mio lavoro è proprio questo: di costruire storie nuove insieme alle persone che vengono da me nella speranza che le paure delle storie vecchie possano passare e che la persona possa dire ‘che stupida sono stata a vedermi così’. 
Hai capito?”. “Non lo so, ma adesso giochiamo!”

R. Piperno, psichiatra psicoterapeuta

font: ILFATTOQUOTIDIANO.IT



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