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Phubbing: quando il cellulare diventa il “terzo incomodo”

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“Partner phubbing” è un modo per indicare chi trascura il proprio partner per controllare, in maniera compulsiva, lo smartphone. Il termine deriva da “snubbing” (snobbare) e “phone” (telefono).

Molto spesso i rapporti di coppia vengono compromessi da una terza presenza, da un oggetto capace di allontanare due persone nonostante si trovino anche a pochi centimetri di distanza. Lo smartphone, infatti, influenza sempre più i nostri rapporti. Che siano di coppia, relazioni di amicizia, familiari, lavorative. Un oggetto apparentemente innocuo riesce a manovrare le nostre vite, o meglio, siamo noi che riusciamo a essere talmente fragili da esserne vittime.

Con atteggiamento compulsivo, ossessivo, è sempre nelle nostre mani e qualsiasi notifica delle innumerevoli applicazioni che uno smartphone accoglie, attira immediatamente la nostra attenzione. Anche se il momento che stiamo vivendo è importante, anche se ci troviamo in compagnia di una persona speciale e siamo impegnati in qualcosa che, senza il cellulare, probabilmente avrebbe meritato la nostra assoluta attenzione e interesse.

In uno studio pubblicato su Computers in Human behavior quasi la metà degli intervistati dai ricercatori della Baylor University, in Texas, ha dichiarato di essere vittima di questo atteggiamento: più del 30% non riceve le giuste attenzioni dal partner e nel 20% dei casi è proprio il telefono perennemente in mano ad aver incrinato il rapporto con il compagno. La motivazione sta nel fatto che, in questo modo, il partner si sente triste, trascurato e solo. Il problema non sta in ciò che, con lo smartphone, viene fatto, ma proprio a priori, nell’utilizzo dello stesso. Il controllo compulsivo, probabilmente, è dettato dal fatto che ci si illude di avere una fitta rete di amicizie virtuali che supera ancor di più quelle reali. Ci si illude che ciò che si trova sul mondo virtuale sia più interessante, più stimolante di ciò che il mondo reale ci offre.

Due ricercatori della Baylor, David Meredith e Robert James, affermano che l’impatto del phubbing sulla coppia non è dipendenza da connessione, ansia o insonnia da social, quanto “visibilità del telefono”: da alcune affermazioni, quali, “Il mio partner mette il suo cellulare in un posto visibile quando siamo insieme”, oppure “il mio partner tiene il suo cellulare in mano quando è con me”, si nota come la prospettiva sia rovesciata. Cosa evidente anche nel titolo che i due studiosi americani danno alla ricerca: “La mia vita è diventata una distrazione dal mio cellulare (“My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners”).

Secondo una ricerca di Meredith’s Parents Network, il 12% delle donne utilizza il telefono mentre scambia effusioni con il partner e il 21% confessa di usarlo anche in bagno. Il 40% degli utenti porta lo smartphone anche in bagno, il 30% lo utilizza a pranzo o cena con altre persone e per il 58% non passa ora senza controllare il display.

Un terzo incomodo, dunque, verso cui è difficile provare gelosia: non è tradimento, ma un aspetto ancor più subdolo e dannoso, si tratta di trascurare il proprio partner, la propria vita reale per trovare sollievo, conforto e, a volte, anche felicità, rifugiandosi dietro a uno schermo, a quelle notifiche, o a quelle chat che mai potranno sostituire i rapporti veri, reali, quelli che ti lasciano un benessere duraturo. Mai potranno sostituire uno sguardo, un sorriso, una carezza, un abbraccio reale, nemmeno gli emoticons più recenti potranno sopperire alla mancanza di rapporti concreti, fisici.

Tornare indietro nel tempo, a quei cellulari, il cui unico utilizzo era chiamare e mandare messaggi sporadicamente, perché poi il credito sarebbe terminato, è sicuramente atteggiamento da nostalgici e non produttivo. Dovremmo imparare a vivere maggiormente le situazioni reali che si presentano davanti a noi e ridurre il virtuale a pochi minuti della giornata. Una batteria scarica frequente potrebbe, forse, risolvere il problema, ma la volontà di vivere davvero con autenticità, pieno interesse e passione la nostra vita reale potrebbe stare alla base di rapporti più solidi.
 

Amore patologico, come capirlo?

Gli amori difficili sono caratterizzati da una grande intensità emotiva che manca di solito nelle relazioni più normali. Per questa ragione, anche se il rapporto procura più sofferenza che gioia, chi ne è coinvolto non riesce ( e spesso non vuole) rinunciare a quello che considera un grande amore.
Come capire allora se le difficoltà che si sta vivendo con il proprio partner fanno parte delle inevitabili problematiche di coppia oppure sono il segnale che stiamo vivendo un rapporto dannoso per il nostro benessere psicologico?
La risposta è che gli amori patologici hanno delle caratteristiche ben precise che li differenziano dagli amori più “sani”:

Il rapporto fa soffrire
La sofferenza che si prova nella relazione è il primo indice che qualcosa non va come dovrebbe andare
Nessun rapporto è esente da momenti di crisi, incomprensioni e conflitti ma l’amore quello sano ha una funzione riparativa e terapeutica: chi vive un rapporto di coppia appagante si sente più sereno e sicuro di sè, ha più energia, lavora meglio.
Al contrario un rapporto patologico influisce pesantemente sul benessere psicologico e sull’autostima: chi vive un amore malato sta male, diventa insicuro e depresso e spesso si concentra ossessivamente sul rapporto a scapito del lavoro e della vita quotidiana.
Ma sebbene il rapporto provochi un elevato grado di sofferenza e di umiliazioni , chi ne è coinvolto non riesce a porre fine alla relazione.



Più mi umili, più ti amo
La caratteristica peculiare degli amori patologici è che il maltrattamento fisico e psicologico del partner (anche la freddezza può essere una forma molto sottile di maltrattamento) sembra far innamorare di più l’altro partner. Anzi, più il partner che ” ama di meno”si dimostra distaccato e insensibile, più l’ altro sembra coinvolgersi sentimentalmente e aggrapparsi alla relazione.
I rapporti patologici hanno una componente ossessiva: anche se il partner fa soffrire, lo si vuole ad ogni costo.

Si vive sperando che lui/ lei cambi
Un altra caratteristica del rapporto patologico è che è un rapporto vissuto più nella fantasia che nella realtà.
In altre parole, la relazione non è valutata per quello che dà effettivamente ma per quello che potrebbe dare se si verificassero certe condizioni ( per esempio se lui lasciasse la moglie, superasse la fobia dell’impegno, ecc).
I momenti felici sono pochi, si vive nell’attesa che qualcosa succeda e che il partner cambi: spesso chi è coinvolto in una relazione patologica è più attratto dal potenziale del partner che della persona reale che ha davanti.
Raramente il partner viene visto per quello che è, a volte viene messo su un piedestallo e idealizzato, più spesso si sta con lui/lei sperando di cambiarlo grazie all’ amore incondizionato.

Rapporti di amore/ odio
Un’altra componente dei rapporti patologici è l’ambivalenza affettiva.
L’ambivalenza ( ovvero la coesistenza di sentimenti positivi e negativi verso la stessa persona) è una caratteristica di tutte le relazioni umane ma negli amori malati l’ambivalenza è particolarmente accentuata.
Con il partner si crea spesso una complicata relazione d’amore e odio,, attrazione e repulsione, che rende ancora più difficile valutare con serenità il rapporto e prendere delle decisioni.
E’ comune dipendere affettivamente dal partner e allo stesso tempo non avere un opinione positiva di lui, non stimarlo, non fidarsi di lui.

Le dinamiche di coppia sono rigide
Un’altra caratteristica dei rapporti patologici è la rigidità dei ruoli e delle dinamiche di coppia.
Nei rapporti” sani” i partner rivestono diversi ruoli a seconda della situazione: amici, complici, amanti e capaci di prendersi cura dell’altro nei momenti di crisi e di difficoltà.
Nei rapporti felici i componenti della coppia sanno scambiarsi i ruoli : entrambi danno e prendono a seconda delle circostanze.
Nelle relazioni patologiche ,invece, i ruoli sono pochi e rigidamente stabiliti, per esempio:
  • la coppia è bloccata in una dinamica genitore/ figlio: la moglie fa la bambina, il marito ricopre un ruolo genitoriale e nel matrimonio manca la sessualità
  • Oppure se ci sono figli, i coniugi si relazionano tra loro solo come una mamma e un papà e non come una coppia di persone che si amano
  • Ma soprattutto, l’incapacità di scambiarsi i ruoli è indice di una grave difficoltà nella coppia : per esempio, lui evita l’intimità e si comporta in modo sfuggente e lei insegue e chiede vicinanza e impegno
  • Oppure uno dei due che impone le regole e l’ altro che subisce, uno che dà e l’ altro che prende, uno che tradisce e l’ altro che, pur soffrendo, accetta i tradimenti.
  • Si litiga sempre per le stesse cose
  • L’amore è creativo: nei rapporti sani le persone riescono a mediare tra le esigenze reciproche, a trovare delle soluzioni ai conflitti ( o a tollerare il disaccordo) mentre nei rapporti patologici avviene l’esatto contrario.
  • Si litiga sempre per le stesse cose: nel rapporto manca la comunicazione, l’ ascolto e la comprensione reciproca che faciliterebbero la soluzione dei conflitti.
  • Nella coppia si verificano sempre le stesse dinamiche disfunzionali: per esempio, la moglie chiede più intimità e il marito, sentendosi soffocare, scappa.
  • Ma più lui è sfuggente, più lei si sente abbandonata e chiede rassicurazioni, più lei chiede rassicurazioni, più lui si sente oppresso e scappa e cosi via.. in un circolo vizioso da cui diventa veramente difficile uscire.
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Il rapporto non cresce
I rapporti sani comportano una crescita sia individuale che del rapporto che permette ai partner di creare un legame sempre più profondo.
I rapporti patologici, invece, stagnano oppure involvono.
Dopo tanti anni, il rapporto malato non cresce ma rimane bloccato nello stesso punto ( per esempio non si riesce a decidere di stare insieme seriamente ) oppure il rapporto si logora lentamente fino a morire di morte naturale.
 
 
 
 

Come riconoscere un amore tossico


Molte persone, coinvolte in un amore che li fa soffrire, fanno tutto il possibile per migliorare il rapporto senza riuscirci: l’impegno e la volontà non sortiscono nessun effetto e l’amato/a continua a comportarsi sempre nello stesso modo. Anzi, nega che ci sia un problema di relazione, rifiuta di prendersi la sua responsabilità per le difficoltà di coppia e non è disposto a fare nulla per salvare il rapporto.

 
Questa dinamica è molto comune nelle coppie in cui uno dei due partner ha gravi difficoltà relazionali e di intimità ( se non una patologia vera e propria).
I rapporti appaganti richiedono che entrambi i partner abbiano raggiunto un certo grado di equilibrio e di maturità psicologica.

 
La capacità di amare è subordinata all’acquisizione di una sufficiente maturità psicologica.
In sintesi, se uno dei due partner ha dei problemi psicologici e relazionali, il rapporto non potrà che diventare difficile e problematico.
Non si può avere una relazione serena ed equilibrata con una persona che non è in grado di amare e di stabilire delle relazioni positive con gli altri.

 
Poche persone sanno che la capacità di amare è uno dei requisiti che gli psicologi utilizzano per valutare il grado di salute psicologica e che esistono delle patologie ( come il narcisismo) in cui la capacità di stabilire delle relazioni affettive gratificanti è gravemente compromessa.
Non sempre il partner di una persona problematica, è altrettanto problematico: spesso le persone coinvolte in un amore che fa soffrire hanno avuto in precedenza relazioni ” normali”, ma la relazione in cui sono coinvolte sembra avere il potere di attivare delle loro problematiche irrisolte rimaste latenti fino a quel momento.
Altre volte è l’interazione tra i componenti della coppia che tira fuori il peggio in entrambi: entrambi “funzionano” peggio insieme di quanto non farebbero separatamente.
Succede così quando si incontrano due persone con due nevrosi opposte e complementari ( es: sadico e masochista).
In questo caso il rapporto rischia di essere indissolubile in quanto gli aspetti disfunzionali dell’uno alimentano gli aspetti disfunzionali dell’ altro.
 
 

Come fare per porre fine a una relazione patologica?


1) Capire che è una relazione malata
Il primo passo (che non è per nulla semplice) è ammettere con se stessi che in quel rapporto si sta male.
Spesso la persona coinvolta in una relazione distruttiva attiva dei meccanismi di difesa per soffrire meno, quindi tende a minimizzare o a giustificare le mancanze di rispetto del partner ( lui mi tradisce ma in fondo so che mi ama, sparisce per giorni ma so che ritorna, ecc).
E’ importante è iniziare a guardare la situazione in n modo obiettivo e in questo può aiutare il confrontarsi con coppie che hanno dei modelli di relazione più appaganti.
 
 
2) Rinunciare all’illusione di cambiare l’ altro/a
Il secondo passo è quello di rinunciare all’illusione di cambiare l’altro/a. L’illusione di poter cambiare l’ altro nasce dalla convinzione inconscia di poter avere un controllo sul comportamento del partner ( per cui se lui non mi ama èperchè riesco a farlo innamorare, se lui mi tradisce è perchè non sono abbastanza femminile, e via dicendo).
Pertanto, bisogna prendere consapevolezza che il modo in cui il partner ci tratta non dipende da quello che noi siamo, ma da dipende da quello che lui/ lei è.
Il problema non è che il partner non ci ama ma non ci ama perchè non è in grado di amare.
Quando si comprende che il comportamento del partner dipende da problematiche sue sulle quali non possiamo avere nessun controllo, diventa più facile disinvestire in una relazione che provoca solo sofferenza.
 
 
3) Ricostruire l’autostima
Il terzo punto per liberarsi da un amore patologico è cominciare a ricostruire la propria autostima, cercando altre aree di soddisfazione oltre al rapporto.
Bisogna lavorare per ridurre gradualmente la propria dipendenza dal partner da tutti i punti di vista: economico,materiale, affettivo, investendo sulla propria crescita personale e coltivando amicizie, interessi, il lavoro e la spiritualità. Se non si riesce ad uscire da soli un amore patologico, bisogna farsi aiutare.In questi casi può essere indicata una terapia psicologica che aiuti a comprendere quei meccanismi psicologici che ci tengono legati a una situazione distruttiva.

 
 

LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Una premessa è d’obbligo quando si parla di dipendenza affettiva: ognuno di noi è dipendente in qualche misura dagli altri, tutti noi abbiamo bisogno di approvazione, empatia, di conferme e ammirazione da parte degli altri, per sostenerci e per regolare la nostra autostima. La vera indipendenza non è né possibile né auspicabile. Ma la dipendenza affettiva può raggiungere una forma così estrema da diventare patologica.
In questi casi la persona non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei.
Le persone dipendenti sono schive e inibite, quando sono sole si sentono indifese: vivono nel terrore di essere abbandonate e sono letteralmente sconvolte quando qualche relazione stretta finisce. Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni per chiunque intollerabili.




Che cos'è la dipendenza affettiva?
La dipendenza affettiva e' una condizione relazionale negativa che e' caratterizzata da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei “donatori d’amore a senso unico” malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità



Quali sono le caratteristiche delle persone con una dipendenza affettiva?
- Difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro. L’amare l’altro diventa spesso una forma di sofferenza; il benessere emotivo, a volte anche la salute e la sicurezza, vengono messi a repentaglio per il benessere dell’altro. Le persone con difficoltà affettiva non riescono a prendersi cura di sé, a creare degli spazi per la propria crescita personale perché sempre prese, in quel momento, da qualche problema del partner che richiede la loro attenzione e la loro energia vitale.
- Atteggiamento negativo verso il Sé, per cui si ha un pensiero del tipo: “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli”. Queste persone soffrono di un profondo senso di inadeguatezza, sono convinte che per essere amate devono sempre essere diligenti, amabili, sacrificarsi per l’altro per poter ricevere il suo amore. Anche quando questo vuol dire farsi male.
- Paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio. Chi soffre di dipendenza affettiva è ossessionato da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Queste persone ritengono che occupandosi sempre dell'altro la loro relazione diventi stabile e duratura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura "amplificato".
- Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata e' irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza affettiva si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti, la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di Sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro risolvibilità. Quello che incatena nella dipendenza affettiva e' l’ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo.



Ma è proprio vero amore?
L’amore dipendente, si mostra con le seguenti caratteristiche:
  • è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali
  • è basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato
  • è caratterizzato da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento e per la necessità di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita


COSA FARE PER LA DIPENDENZA AFFETTIVA:

1.Il primo passo verso il suo superamento è riconoscere di avere un problema.

2.Cercare l’aiuto di un valido psicoterapeuta.


3.Considerare la propria salute e il proprio benessere una priorità su tutto il resto.

RELAZIONI TOSSICHE

 

 

Sono quei rapporti poco sani, con un risvolto unico: incidono in maniera negativa sul proprio benessere fisico e mentale.Nessun rapporto umano è mai completamente privo di conflitti. Ciascuno di noi sperimenta infatti diversi stati d’animo e mostra difetti che espongono inevitabilmente i legami sentimentali ad alti e bassi. Ma a volte può accadere di restare invischiati in una relazione tossica che, anziché stimolare la crescita della coppia e regalare una sensazione di benessere e di felicità, fa sentire depressi e insicuri; amori basati non su ascolto, confronto e rispetto, bensì tormentati da continue critiche, su cui aleggia una generale negatività e in cui è evidente la mancanza di fiducia. Può capitare allora, ad esempio, di avere l’impressione di essere i soli a donare qualcosa all’interno di una relazione - di amore ma anche di amicizia - senza ricevere nulla in cambio... Dinamiche che, a lungo andare, possono influenzare il proprio benessere fisico e mentale.


Le domande da farsi per capire se una relazione è "tossica"
Le relazioni "tossiche" possono essere di diversi tipi: rapporti familiari, amicali, rapporti di natura sentimentale o lavorativi. Ecco alcune semplici domande per capire se si sta vivendo un legame dannoso. 
Ad esempio: dopo aver trascorso del tempo con la persona in questione la propria autostima è peggiorata o migliorata? E ancora: quando si è con questa persona, si provano sensazioni di sicurezza e soddisfazione oppure al contrario a prevalere sono la criticità, l’insoddisfazione e l’insicurezza?
In genere, infatti, all’interno di questi rapporti “le persone si sentono non comprese, ma giudicate e intimorite dalla critica inevitabile dell’altro e per questo si impegnano di più a cercare di soddisfare le aspettative dell’altro, che non a rispondere ai propri bisogni, mettendo in secondo piano il soddisfacimento dei propri desideri. Relazioni in cui insomma “imperversano le emozioni negative, si prova timore e la sgradevole sensazione di non essere accettati e amati per quello che si è e nelle quali ci si sente messi alla prova, come se snaturare se stessi sia l'unico modo poter essere all’altezza dell’altro”. 

Chi e perché incappa in un legame tossico
Spesso il restare intrappolati in queste relazioni distruttive nasconde problemi più profondi. 
Ad esempio, a volte accade che tanto più tossiche sono le relazioni familiari tanto più lo sono anche quelle di cui la persona si circonda nella vita adulta. 
Nasciamo in un contesto relazionale che è quello della nostra famiglia di origine, le relazioni primarie, quelle con la mamma prima e con il papà poi, sono la base sulla quale il bambino imposta la propria capacità relazionale. Se quest’ultimo ha però imparato a dover soddisfare l’altro, più che se stesso, per sentirsi amato e accettato, nelle sue relazioni adulte tenderà a corrispondere alle aspettative altrui in modo automatico, senza dare importanza a se stesso. Ecco perché chi nasce in famiglie con dinamiche relazioni disfunzionali è probabile che, una volta adulto, possa farsi coinvolgere in relazioni tossiche e non funzionali al suo benessere e pertanto poco soddisfacenti.


1) Identificare la relazione potenzialmente tossica
Qualsiasi legame in cui ci si sente controllati, maltrattati, insicuri o dati per scontati può essere tossico. Il primo passo è dunque riconoscere che si sta vivendo un rapporto di questo tipo e rendersi conto che la relazione in questione ci fanno soffrire perché non ci permettono di sentirci liberi di esprimerci e di essere noi stessi. È indispensabile entrare in contatto con sentimenti ed emozioni suscitate da queste relazioni e comprendere fino in fondo quanto queste sono dannose per noi.
 
2) Riflettere su se stessi
Il passo successivo è di riflettere su se stessi e raggiungere la consapevolezza del fatto che, molto probabilmente, il motivo per cui si rimane invischiati in queste dinamiche dannose risiede in una scarsa autostima. Bisogna comprendere che l’origine di queste relazioni tossiche è dentro di noi, si basa sulle nostre insicurezze e sui nostri timori di non poter essere amati e piacere all’altro e quindi di essere abbandonati e lasciati soli se si è semplicemente se stessi.

3) Imparare ad amarsi
Non meno importante per uscire dal circolo vizioso di una relazione tossica è poi la capacità di intraprendere un percorso per imparare a dare maggiore importanza ai propri bisogni e ai propri desideri. Se la persona impara ad amare se stessa e a darsi un valore senza timore di perdere l’altro, non sarà più disposta a sottomettersi a relazioni dannose, il che non vuol dire troncare tutti i rapporti, ma semplicemente non permettere più ad altri di usarlo e fargli del male.

4) Dare un voto alla relazione 
Lealtà verso la famiglia o un amico, rapporti di lavoro, abitudine, compassione. Sono diversi i motivi che possono spingere a mantenere una relazione tossica anziché fuggire a gambe levate. Bisogna però essere in grado di valutare quanto realmente questo rapporto conta per se stessi e quanto è giusto continuare a portarlo avanti.

5) Agire sul legame tossico
Se la relazione non sana proprio non può essere recisa, perché ad esempio coinvolge un familiare molto vicino, allora sarà fondamentale attrezzarsi in modo tale da riconoscere le dinamiche dannose e prenderne le distanze senza rimanerne dolorosamente invischiati. Oltre ad agire per orientare il legame verso una direzione più equilibrata. Ad esempio, facendo notare di sentirsi messi da parte o non rispettati; allo stesso tempo, è possibile limitare i danni decidendo di non trascorrere più di un certo periodo di tempo con questa persona.

6) Dire basta, se proprio non funziona
Se però i tentativi di cambiare la natura della relazione falliscono o ci si rende conto che la situazione è diventata insostenibile, meglio prendere le distanze dalla persona fonte di malessere. Certo, andare incontro a una rottura relazionale non è semplice, ma potrebbe rivelarsi molto peggio persistere in un rapporto che genera stress fisico e mentale.

7) Esaminarne gli schemi, per evitare di riproporli nelle relazioni future
Nel momento in cui ci si approccia infine a nuove relazioni bisogna fare attenzione a non incappare nuovamente nello stesso schema, ricordandosi che la chiave di svolta è quella di imparare ad amare se stessi e darsi un valore tale per cui non possiamo più permettere all’altro di farci del male perché mettiamo in primo luogo, davanti a tutto, il nostro benessere.