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LE FASI DELLA PERDITA... QUANDO UNA STORIA FINISCE

Quando finisce una relazione, sia che sia stata una conoscenza “particolare”, l'amore della vita, la convivenza o il matrimonio, è sempre un'esperienza dolorosa, che mette alla prova chiunque si trovi ad affrontarla. In queste occasioni le frasi fatte si sprecano: “Morto un papa se ne fa un altro!”, “Non ci pensare!”, oppure “Con il tempo passerà!”.
Nessuna di queste sembra però poter aiutare la persona che in quel momento soffre per la fine del suo amore, essa sa bene che sono frasi dette da persone che non stanno passando quello che stiamo passando noi, che non soffrono l'abbandono e l'angoscia e sortiscono l'effetto contrario, ci fanno arrabbiare e ci fanno sentire ancora più soli.
È essenziale che in un momento come questo, concentriamo le attenzioni su noi stessi perché è normale essere vulnerabili dopo un abbandono e che ci concediamo del tempo per riprenderci dall'accaduto.


Affrontare le fasi della perdita

Il medico psichiatra Elizabeth Kubler-Ross si interessò a lungo del percorso che viene intrapreso quando si elabora un lutto, e per molti versi questo percorso è analogo a quello che ogni persona intraprende quando una relazione amorosa finisce.
  1. Il cammino comincia con una fase di negazione, in cui ci si rifiuta di accettare l'amara verità e la nostra psiche ci protegge dal vedere che quello che avevamo costruito con il nostro amato/amata finora, è svanito. I sogni, i progetti, le aspettative che il nostro partner rappresentava, vengono di colpo cancellate e ci si chiede come sia possibile che quello che avevamo costruito insieme finora sia crollato irrimediabilmente. Sopratutto durante questa fase, è necessario accettare che nella vita nulla è certo e che si può far ordine solo con il disordine. Così come durante il cambio di stagione, mettiamo in ordine nel nostro disordinato armadio, cosi dopo un periodo nella nostra vita particolarmente disorientato, tornerà la stabilità.
  2. La fase della negazione può durare alcuni minuti o alcuni giorni e viene seguita da quella della rabbia in cui invece si realizza quanto accaduto e un' energia oscura e minacciosa ci pervade, che deriva dal senso di abbandono percepito. La rabbia può essere diretta verso il nostro partner, verso le persone che ci circondano e verso noi stessi, colpevolizzandoci per non aver capito, per aver sbagliato, dimenticandoci che spesso vediamo nell'altro ciò che noi stessi vogliamo vedere. Cosa si può fare per superare questa fase? Scrivere. Scrivere di tutta l'ira che proviamo, da dove deriva e perché. Dobbiamo buttar fuori la rabbia che ci attanaglia, permettendo di distaccarcene.
  3. Si arriva quindi alla fase del patteggiamento, della riparazione. Ci si chiede cosa avremmo potuto e cosa potremmo fare per riparare la situazione. I “se avessi fatto...”, “se mi fossi comportato/a...” diventano i tarli che ci perseguitano.
  4. Ma non si può cambiare il passato e faticosamente dobbiamo guardare al futuro, arrivando alla fase della depressione, del dolore che ci avvolge e che non ci lascia possibilità, se non quella di arrenderci ad esso, aspettando che passi. Il dolore non si può guarire ma va lasciato scorrere e spesso in questa fase si tende ad ignorarlo, pensando che in questo modo svanisca più velocemente. Si evita di pensare a lui/ lei, si evitano i posti che ci legano alla nostra storia, ci si butta a capofitto nelle attività quotidiane, ma in realtà più evitiamo, più rimaniamo legati, perché proprio evitando qualcosa ci ricordiamo che essa è sempre lì. E' solo cominciando a soffrire che si smetterà di farlo. È questa la fase in cui dobbiamo ricordarci ciò che c'era di bello nella nostra storia, gli episodi che ci hanno fatto piacere, i ricordi che amiamo ripercorrere. Come il cantautore Niccolò Fabi scrive “così di ogni storia ricordi solo la sua conclusione... ma in mezzo c'è tutto il resto” così anche noi dobbiamo fare pace con il nostro dolore e con i nostri ricordi.
  5. Per ultimo, la fase dell'accettazione, in cui finalmente diveniamo l'unica persona indispensabile a noi stessi, ci apriamo a nuove esperienze e a nuovi orizzonti. La guarigione non arriva dall'oggi al domani, bisogna cercare di concentrarsi su se stessi e accettare che ci potranno essere delle ricadute, dei momenti in cui il dolore riaffiorerà. Ma come dice sempre Fabi, finalmente potremo ricominciare a “silenziosamente costruire”.

SUPERARE LA FINE DI UNA STORIA

La fine di una relazione causa dolore, la donna vive l’impatto della separazione come se si trattasse della morte di una persona amata e l’uomo crede che tutto sia terminato, che il mondo gli sia caduto addosso e che non avrà più ulteriori opportunità di incontrare il grande amore.
Quando termina una relazione la maggioranza delle persone sente come un grande vuoto e vive la situazione come un fallimento. Molti semplicemente sono solo troppo pigri per dover iniziare tutto da zero. 

              
Ecco alcune idee che normalmente mi confidano le persone che vengono in terapia e che hanno sofferto di una separazione e cercano aiuto.

“Il tempo passa ma il dolore non se ne va”
Molte persone desiderano dimenticare il compagno di anni di vita in pochi mesi, ma è semplicemente impossibile. Qualcuno si da alla pazza gioia nel tentativo di affrontare la vita con una prospettiva totalmente diversa da quella che si aveva prima, la persona si butta in nuove avventure secondo il vecchio detto: “chiodo scaccia chiodo”: questa tecnica funziona per ben pochi, quando finisce la pacchia il dolore sembra peggiorare e la mancanza dell’essere amato si sente ancora più forte.
Cerchiamo invece di accettare il dolore, viverlo e non tentare di sostituire l’amore perso con una avventura. Poco a poco saremo capaci di liberarci completamente della sensazione di perdita e così riprendere, se lo desideriamo, la ricerca di una persona a cui dare il nostro amore senza riserve e senza i fantasmi del passato.

“Non merito quello che mi sta accadendo”
La posizione della vittima abbandonata non risolverà il conflitto interiore. Quando una relazione termina entrambe le parti ne hanno la responsabilità. La cosa più utile è analizzare quali sono stati i nostri errori per tentare di non commetterli in futuro. 
              
“Non posso accettarlo”
È perfettamente comprensibile che ci costi molto accettare una realtà per molti versi dura, che non avremmo desiderato, ma più tardi accettiamo il cambiamento più tempo perderemo prima di liberarci del dolore ed aprirci totalmente ad un nuovo amore. Assumere atteggiamenti del tipo: “non è successo niente” o vivere nell’illusione di una possibile riconciliazione in un futuro che non avverrà mai è una forma di auto-tortura psicologica; anche se nella prima fase della rottura la negazione, l’ira, l’odio e la depressione sono risposte abbastanza comuni. 
              
“La colpa è tutta mia”
Anche se probabilmente alcune persone hanno una responsabilità maggiore di altre nella fine della relazione, è certo che continuare a fare pensieri auto-denigranti non risolverà il problema ma addirittura ci chiuderà in un cerchio portandoci all’immobilismo. Se la relazione è definitivamente terminata ci resta solo di trarre esperienza dagli errori commessi per affrontare le nuove relazioni da un punto di vista più maturo.

“Non incontrerò mai più una persona come lui/lei”
Probabilmente è così, non esistono al mondo due persone identiche, tutti abbiamo diverse virtù e difetti ma questo non vuol dire che non incontreremo un altra persona, diversa, ma che giungeremo ad amare con la stessa intensità, forse anche proprio perché diversa.
La fine di una relazione implica momenti di tensione, angustia, depressione, nostalgia ma è sempre superabile a patto che si viva come un cambiamento in più che dobbiamo affrontare nella vita e dal quale dobbiamo uscire rafforzati e con una maggiore maturità emotiva per affrontare le relazioni future.